Home -  CEI 2008 » Introduzione al Nuovo Testamento 
Il Nuovo Testamento è la raccolta dei ventisette scritti, tutti in lingua greca, che compongono la seconda parte della Bibbia cristiana. Si tratta di ventuno lettere, quattro vangeli, un libro di narrazione storiografica con evidente intento teologico (gli Atti degli Apostoli) e un testo apocalittico che si presenta come grandiosa visione profetica (l’Apocalisse). Questi scritti, diversi per genere letterario ed estensione, testimoniano la fede in Gesù di Nazaret, messia e Figlio di Dio, inviato escatologico di Dio per la salvezza dell’umanità, Parola definitiva di Dio all’uomo.

La composizione del Nuovo Testamento e la formazione del canone

L’espressione “Nuovo Testamento”, dal latino Novum Testamentum (in greco kainè diathèke), è stata utilizzata per designare la raccolta degli scritti neotestamentari solo a partire dalla fine del II sec. Questo appellativo comportò che venisse chiamato “Antico Testamento” l’insieme delle Scritture d’Israele. Ma prima di indicare un corpus scritturistico, la parola “testamento”, o meglio “alleanza”, designava la relazione speciale con cui Dio si era legato al suo popolo.
I libri della nuova alleanza sono dunque la testimonianza della disposizione divina, del disegno salvifico divino manifestato in Cristo. E sono anche la testimonianza delle esigenze che questa alleanza comporta per il credente. L’arco cronologico che ha visto nascere gli scritti neotestamentari, è relativamente ristretto. Essi sono sorti nella seconda metà del I sec., con la possibilità di spingersi fino ai primissimi decenni del II sec. (120 circa) per 2 Pietro, normalmente ritenuto l’ultimo scritto del NT. Se si tiene conto anche del periodo di trasmissione orale e delle tradizioni (orali e scritte) formatesi nel periodo postpasquale e poi confluite negli scritti neotestamentari (a partire dunque dall’anno 30), l’intero arco cronologico di formazione dei ventisette libri del NT è inferiore a un secolo.
L’ordine in cui i vari libri sono generalmente disposti non è cronologico. I più antichi scritti cristiani sono infatti, con tutta probabilità, alcune lettere di Paolo; in particolare, si può pensare a 1Tessalonicesi come al più antico testo neotestamentario: probabilmente risale al 49-50. I libri neotestamentari si presentano invece, comunemente, nella seguente disposizione: Matteo, Marco, Luca, Giovanni, Atti, Romani, 1-2 Corinzi, Gàlati, Efesini, Filippesi, Colossesi, 1-2 Tessalonicesi, 1-2 Timoteo, Tito, Filèmone, Ebrei, Giacomo, 1-2 Pietro, 1-2-3 Giovanni, Giuda, Apocalisse.
Al primo posto vengono dunque i vangeli, che presentano vita, passione, morte e risurrezione di Gesù Cristo, cioè l’evento fondante della fede cristiana. Seguono gli Atti, anch’essi di carattere storiografico, che narrano la nascita, la crescita e la diffusione della Chiesa. Le lettere ci riportano al cuore della vita delle comunità cristiane e dei rapporti tra gli evangelizzatori (Paolo in particolare) e le comunità stesse. In molti manoscritti greci del NT le lettere dette “cattoliche” (Giacomo, 1-2 Pietro, 1-2-3 Giovanni, Giuda) precedono quelle paoline (le prime tredici più Ebrei), probabilmente perché attribuite agli apostoli che erano stati insieme con Gesù ed erano ritenuti «le colonne» (Giacomo, Pietro e Giovanni: vedi Gal 2,9). In Occidente diverse testimonianze esprimono la forte coscienza del primato di Pietro ponendo le sue lettere al primo posto tra le cattoliche. Viene infine l’Apocalisse che, trattando delle “cose ultime”, chiude naturalmente l’intero NT. Da Matteo all’Apocalisse si disegna così un’unità ideale teologicamente rilevante: dalla nascita nella carne dell’Emmanuele, il Dio con noi (Mt 1,23), all’attesa orante della venuta gloriosa del Signore: «Vieni, Signore Gesù» (Ap 22,20). L’orizzonte del NT si estende, dunque, dalla genealogia matteana che inserisce Gesù nella discendenza di Davide e di Abramo, cioè nella storia d’Israele (Mt 1,1-17), alla liturgia della Chiesa cristiana che, nel suo cammino, invoca la venuta del Signore nella gloria, a compimento della storia (Ap 21-22).

Il corpus paolino e i quattro vangeli

Le lettere paoline e i quattro vangeli furono le prime due raccolte di scritti del NT, originariamente indipendenti, che costituirono poi le parti essenziali del canone cristiano. La comune provenienza dalla testimonianza apostolica favorì certamente l’accostamento tra i due gruppi, e così la memoria delle parole e delle azioni di Gesù e la parola apostolica rivolta alle comunità, che confessavano lo stesso Gesù quale Signore vivente, si trovarono riunificate a testimoniare la continuità storica della relazione di Dio, in Cristo, con gli uomini.
Il gruppo di scritti che fu raccolto per primo è quello delle lettere paoline. È possibile che la formazione di un corpus paolino sia iniziata mentre Paolo era ancora vivente. A volte lo stesso autore chiede che la comunità destinataria di una lettera la faccia conoscere ad altre Chiese (Col 4,16); altre volte le lettere hanno uno spettro di destinatari più ampio di una sola comunità (vedi ad esempio 2Cor 1,1; Gal 1,2). La lettura ad alta voce nelle assemblee liturgiche della comunità destinataria, la destinazione ampia, non ristretta a una sola comunità locale, la venerazione per la figura dell’apostolo, che a volte è anche il fondatore della comunità a cui scrive, sono elementi che hanno favorito il processo di raccolta e di conservazione delle lettere paoline. In ogni caso, il fatto che alcune lettere di Paolo siano andate perdute, può significare che questo lavoro di raccolta e di conservazione non sia avvenuto in maniera rigorosamente sistematica. Il passo di 2Pt 3,15-16 attesta l’esistenza di un corpus di lettere paoline (di cui però non conosciamo l’estensione) la cui autorità è accostata a quella delle «altre Scritture», e cioè i libri dell’AT.
Verso la metà del II sec. l’esistenza di una raccolta cospicua di lettere paoline è testimoniata con sicurezza da Policarpo di Smirne (che ne conosce otto) e Marcione (che ne conosce dieci). Alla fine del II sec. la più antica lista di libri del NT, il Canone di Muratori, che con tutta probabilità riflette la situazione nella Chiesa di Roma verso il 200 (sebbene oggi questa datazione “tradizionale” sia messa in discussione), presenta una collezione di 13 lettere paoline: manca Ebrei, la cui canonicità faticò a imporsi in Occidente, mentre in Oriente sia Clemente di Alessandria che Origene conoscono un corpus di 14 lettere di Paolo, compresa dunque Ebrei.
La seconda raccolta di scritti, che divenne poi fondamentale nel canone, fu quella dei quattro vangeli. Essi sono stati composti nella seconda metà del I sec., ma non siamo in grado di precisare dove e quando essi furono riuniti insieme. Con tutta probabilità ogni singolo vangelo (Matteo, Marco, Luca, Giovanni) doveva essere in origine il vangelo, l’unico vangelo, per una comunità cristiana di una determinata località geografica. Papia di Gerapoli, intorno al 125, mostra di conoscere almeno i vangeli di Matteo, Marco e Giovanni, ma attesta anche la persistenza della tradizione orale e afferma la sua predilezione per essa rispetto alla forma scritta: «Se mai venisse qualcuno che sia stato seguace dei presbiteri, lo interrogherei sulle parole dei presbiteri, su che cosa Andrea o Pietro o Filippo o Tommaso o Giacomo o Giovanni o Matteo o qualsiasi altro dei discepoli del Signore abbiano detto… Perché io non credo che le informazioni ricavate dai libri possano aiutarmi quanto le espressioni di una voce vivente e sopravvivente» (Eusebio di Cesarea, Storia ecclesiastica III, 39, 4).
Poco alla volta, nel corso di quello stesso II sec., nelle comunità cristiane si venne imponendo il valore delle testimonianze evangeliche scritte, a preferenza della tradizione orale. Giustino (metà del II sec.) conosce e cita i quattro vangeli, che chiama «memorie degli apostoli», e attesta l’usanza della loro lettura nel culto e nella liturgia, accanto a testi dell’AT: «Nel giorno chiamato del sole [cioè la domenica] ci si raduna tutti insieme, abitanti delle città o delle campagne, e si leggono le memorie degli apostoli o gli scritti dei profeti, finché il tempo lo consente» (I Apologia 67, 3). Il Canone di Muratori, all’inizio della sua elencazione dei libri neotestamentari, presenta per primi i quattro vangeli, che alla fine del II sec. erano ormai ritenuti autorevoli in modo concorde dalle Chiese d’Oriente e d’Occidente.

Gli Atti degli Apostoli, le altre lettere e l’Apocalisse

Il riconoscimento della canonicità degli Atti degli Apostoli poté fondarsi sul fatto che essi costituivano la seconda parte del racconto di Luca (At 1,1-2). Ireneo di Lione cita estesamente gli Atti (Contro le eresie III, 12-15) e li definisce «Scrittura» (III, 12, 5). Qualche antica testimonianza manoscritta accosta gli Atti ai vangeli e mostra così che vi è una continuità tra la missione della Chiesa e quella di Cristo. Tra la fine del II e gli inizi del III sec. l’autorità degli Atti è ben affermata sia in Oriente che in Occidente. Il Canone di Muratori inserisce gli Atti tra i vangeli e le lettere paoline, Origene li accoglie e così Eusebio di Cesarea.
La lettera agli Ebrei, probabilmente composta a Roma (e ben conosciuta da Clemente di Roma), ebbe un percorso di riconoscimento canonico diverso in Occidente e in Oriente. In Oriente essa fu sempre, e in modo sostanzialmente uniforme, ritenuta paolina e canonica; non così in Occidente, dove Ebrei si venne imponendo solo nella seconda metà del IV sec., soprattutto grazie alla personalità di Ilario di Poitiers, Girolamo e Agostino, certamente per influenza della tradizione diffusa in Oriente.
Le lettere cattoliche (Giacomo, 1-2 Pietro, 1-2-3 Giovanni, Giuda) furono, a parte 1 Pietro e 1 Giovanni, la sezione più instabile del canone neotestamentario.
Per l’Apocalisse vale, in certo senso, un discorso opposto a quello relativo alla lettera agli Ebrei. Accolta in Occidente, essa incontrò numerose difficoltà in Oriente. Citata nel Canone di Muratori, fu in generale ritenuta canonica in Occidente e suscitò un intenso lavoro di commento. In Oriente invece, la posizione di Dionigi di Alessandria (seconda metà del III sec.), che negava la paternità giovannea dell’Apocalisse, e soprattutto la reazione al diffondersi del montanismo (un movimento ereticale che indulgeva a forme estatiche e si presentava come “nuova profezia”), suscitarono sospetti e diffidenze verso questo scritto fin verso il 500.
Da questa situazione si può dedurre che già nel II sec. era universalmente riconosciuto un “nucleo canonico” di una ventina di libri: i quattro vangeli, tredici lettere di Paolo, Atti, 1 Pietro, 1 Giovanni. La cosa è particolarmente notevole, in quanto questa unanimità si era instaurata tra comunità cristiane anche geograficamente molto distanti tra loro. Inoltre, nel IV sec. i ventisette libri che costituiscono il canone neotestamentario, giunsero ad un riconoscimento pressoché universale. Vi fu certamente ancora qualche incertezza anche nei secoli successivi, sia in Oriente che in Occidente, ma di scarso rilievo. La più antica testimonianza che ritiene canonici i ventisette libri del NT è rappresentata dalla trentanovesima lettera festale di Atanasio (dell’anno 367). Sono questi i libri che formano il canone sancito dal Concilio di Firenze (1442) e definito dal Concilio di Trento (1546).
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