All'ambito della letteratura giovannea viene ricondotto anche il libro dell'Apocalisse. Seppure scritto in circoli vicini all'apostolo e penetrato del suo insegnamento, il testo per lingua, stile e prospettive teologiche deve attribuirsi ad un diverso autore, che si presenta a noi con il nome di Giovanni. L'Apocalisse è un libro scritto durante una persecuzione dei cristiani (probabilmente sotto l'imperatore Domiziano, cioè verso il 95 d.C.) e serve a dar loro coraggio con la prospettiva della vittoria finale del bene sul male, di Cristo e dei suoi sui nemici della fede. Come tale è un libro storico, ma anche paradigmatico: vale per tutte le situazioni analoghe della Chiesa e dei credenti di tutte le epoche. Per ottenere questo, l'autore si serve di un genere letterario particolare, il genere apocalittico, con l'impiego di molti simboli e visioni tratti dall'Antico Testamento, in specie da Ezechiele e Daniele. Se non se ne tiene conto adeguatamente, la lettura diventa difficile e incomprensibile e si è indotti a interpretazioni astruse e inutili, come pure ad attese preoccupate del futuro. Debitamente decifrati, i simboli parlano invece con estrema chiarezza. Questo libro, come altri testi analoghi del Nuovo Testamento, non intende dare nessuna informazione previa sulla fine del mondo e sulle sue modalità. Il discorso di fondo che esso sviluppa riguarda piuttosto lo scontro tra le Chiesa e l'impero romano, che pretende di imporre il culto dell'imperatore. La situazione terrena e storica viene trasportata nel mondo celeste e invisibile, e si traduce nella lotta tra l'Agnello immolato, ma in piedi, cioè Cristo morto in croce ma risuscitato e glorificato in cielo, e la Bestia, cioè Satana e il mondo pagano al suo servizio. Tra l'uno e l'altra sono posti i credenti, materialmente perdenti in quanto sono messi a morte, ma vincitori perché testimoni, martiri dell'Agnello, che li conduce nella "Gerusalemme celeste", nel suo regno.
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