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I LIBRI PROFETICI


L’Antico Testamento si conclude con i libri profetici, disposti nel medesimo ordine in cui vengono trasmessi nella versione latina della Vulgata: Isaia, Geremia, Lamentazioni, Baruc, Ezechiele, Daniele, Osea, Gioele, Amos, Abdia, Giona, Michea, Naum, Abacuc, Sofonia, Aggeo, Zaccaria, Malachia. Se tali testi, pure in una successione differente, sono raccolti insieme anche nella versione greca dei LXX, essi conoscono altra denominazione e altra disposizione nella Bibbia ebraica. Ivi si definiscono “Profeti anteriori” i libri di Giosuè, Giudici, 1-2 Samuele, 1-2 Re e “Profeti posteriori” Isaia, Geremia, Ezechiele, Osea, Gioele, Amos, Abdia, Giona, Michea, Naum, Abacuc, Sofonia, Aggeo, Zaccaria e Malachia. Daniele e Lamentazioni sono poi collocati tra i Ketubìm (Scritti). Baruc e le parti greche di Daniele evidentemente non vi compaiono e per tale ragione non sono accolti nelle Bibbie protestanti e anglicane.
All’interno dei libri profetici si è soliti distinguere i “Profeti maggiori” (Isaia, Geremia, Ezechiele, Daniele) dai “Profeti minori” o “Dodici profeti”. La distinzione risale ad Agostino e non vuole significare una minore importanza dei secondi rispetto ai primi, ma si riferisce al dato materiale dell’estensione dei libri.

Il profetismo biblico nella sua evoluzione storica

Dal punto di vista storico, la profezia si è sviluppata in Israele soprattutto nel periodo monarchico (X-VI sec. circa), a partire da Saul. La testimonianza biblica però definisce profeti anche alcuni personaggi che non figurano di per sé tra i profeti, come ad esempio Abramo, in un testo in cui il termine equivale a “intercessore” (Gen 20,7). Già in Os 12,14 anche Mosè è presentato come profeta e la scuola deuteronomica ne fa il modello dei profeti (Dt 18,15-18; 34,10), per la sua funzione di mediatore. La tradizione, ben attestata a Mari, di un profetismo femminile, si ritrova nelle figure di Maria, sorella di Mosè (Es 15,20-21; Nm 12,1-15), e di Dèbora (Gdc 4,4), che risolveva vertenze giudiziarie e trasmise un oracolo a Barak (Gdc 4,5-7).
Tuttavia, è all’epoca di Samuele che risalgono le tracce più sicure degli inizi di un profetismo istituzionale in Israele. Di lui si narra la vocazione e si afferma che trasmette la parola di Dio (1Sam 3). In quest’epoca troviamo anche i nebi’im, gruppi profetici che testimoniano di un antico profetismo comunitario in cui lo «spirito di Dio» o «spirito del Signore» (1Sam 10,6.10; 19,20.23) scende sull’uomo provocando fenomeni di trance (1Sam 10,5-16; 19,18-24). Questa esperienza “estatica” fa diventare la persona «un altro uomo» (1Sam 10,6).
Sotto il regno di Davide emergono figure profetiche di un certo rilievo come Gad (1Sam 22,5; 2Sam 24,11ss) e Natan (2Sam 7,1-17; 12,1-14). Essi appaiono consiglieri del re, legati alla corte e alla figura del regnante piuttosto che al popolo; sono insomma dei “profeti di corte”, che però non esitano a pronunciare aperte critiche al re in nome del Signore. Le figure di Achia di Silo (1Re 11,29-39; 14,1-18) e Michea figlio di Imla (1Re 22,1-38) sono ancora più critiche nei riguardi del re e della corte. Con Elia ed Eliseo il processo di allontanamento del profeta dalla corte si accentua, mentre si constata un maggiore avvicinamento al popolo e un ancor più deciso impegno nel difendere la fedeltà al dio YHWH. Elia (1Re 17-19; 21; 2Re 1,1-2,18), che opera nel IX sec. al tempo del re Acab, nel regno del Nord, è presentato come un solitario non legato ad alcun santuario. Eliseo (1Re 19,19-21; 2Re 2; 4,1-8,15; 9,1-10; 13,14-21) è collegato invece ai “figli dei profeti” (forse gli eredi dei nebi’im del tempo di Samuele): sono gruppi profetici che conducono vita in comune (2Re 4,38-41; 6,1) e suscitano, su istigazione di Eliseo, la rivolta di Ieu contro il re Ioram, figlio e successore di Acab sul trono del regno del Nord (2Re 9).

Con il sec. VIII emerge un fenomeno nuovo: compaiono sulla scena alcuni profeti di cui ci restano gli scritti. Rispetto ai profeti precedenti, di cui ci sono restate solo tracce letterarie narrative delle loro imprese, di questi profeti sono conservate essenzialmente delle raccolte di oracoli. L’interesse passa dalla figura del profeta, dalla sua persona e dalla situazione in cui è vissuto, al suo messaggio. In primo piano sta ora la parola del Signore, di cui il profeta è servo. Analogamente, questa nuova stagione profetica ha come fonte d’ispirazione non l’azione dello spirito (come avveniva di frequente nei precedenti profeti), ma la parola del Signore (vedi tuttavia Mi 3,8). Inoltre i profeti che ora sorgono si rivolgono prevalentemente al popolo nel suo insieme. Al centro del loro messaggio vi è l’invito alla conversione prima che sopraggiunga il giudizio di Dio, che essi (soprattutto i profeti preesilici) predicano come imminente. È utile ricordare la collocazione cronologica di questi profeti che rappresentano il cuore dell’esperienza profetica biblica nei suoi aspetti più originali e che, per questo, sono definiti “profeti classici” (VIII-IV sec.) mentre i precedenti profeti sono chiamati “preclassici” (XI-IX sec.). Possiamo distinguere pertanto, in rapporto alla svolta epocale rappresentata dall’esilio:
“profeti preesilici”: Amos e Osea (attivi nel regno del Nord), Isaia (Is 1-39), Michea, Abacuc, Sofonia, Naum, Geremia; “profeti esilici”: Ezechiele, Secondo Isaia (o Deutero Isaia: Is 40-55);
“profeti postesilici”: Terzo-Isaia (Is 56-66), Abdia, Aggeo, Zaccaria, Malachia, Gioele, Giona, Baruc (con Daniele, II sec., siamo già nel cosiddetto genere letterario apocalittico).

Gli scritti profetici

È un dato assodato che i libri profetici, così come li leggiamo noi oggi, non risalgono ai profeti stessi di cui portano il nome. Essi sono il frutto di una complessa opera redazionale, spesso molto lunga, che, partendo dalla predicazione orale del profeta, ha conosciuto una trasmissione orale, e poi scritta, nella cerchia dei discepoli del profeta. Sembrano essere pochi i testi che fin dall’inizio furono messi per iscritto: forse qualche capitolo di Geremia, buona parte di Ezechiele e del Secondo Isaia e qualche altro testo.
Il processo di formazione dei libri profetici conobbe inizialmente una fase orale. Il profeta, interagendo con le particolari situazioni storiche in cui viveva, pronunciava parole di giudizio o di ammonimento o di consolazione. Il contesto in cui si situa la parola profetica è dato di volta in volta da eventi della vita sociale (una situazione di ingiustizia sociale, attinente l’ambito del commercio, motiva le parole di denuncia di Am 8,4-8) o politica (le parole di Isaia al re di Giuda Acaz in Is 7,3-9 sono un invito alla fede nel Signore nel contesto della guerra siro-efraimita: vedi Is 7,1-2) o religiosa (Ger 7,1-15 ha uno sfondo cultuale e denuncia la fiducia acriticamente posta nel tempio). Sono rari i testi profetici che documentano una trasposizione scritta delle parole del profeta, durante la vita del profeta stesso, a opera sua o di discepoli (vedi Is 8,16; 30,8; Ger 51,60). Il passo di Ger 36 mostra come tra la predicazione del profeta e la definitiva messa per iscritto delle sue parole possano essere passati molti anni.
La seconda fase è appunto quella del passaggio alla forma scritta. Se disponiamo di libri profetici solo a partire dal sec. VIII è perché solo da quest’epoca l’arte della scrittura cominciò a diffondersi anche nei ceti popolari, cui appartenevano, per lo più, i discepoli dei profeti. La messa per iscritto dei testi profetici fu motivata dalla volontà di conservare tra i discepoli del profeta, di diffondere presso altri e di tramandare ai posteri, parole di origine divina che erano ritenute autorevoli anche se lontane dal loro contesto originario.
Tra l’inizio della redazione dei libri profetici e la loro edizione finale si possono frapporre diverse tappe intermedie (da verificarsi libro per libro) in cui la parola di Dio, rivolta un tempo al profeta in una certa situazione storica, viene riletta e adattata a nuove situazioni. Queste ultime sono rappresentate soprattutto dai momenti critici della storia d’Israele: la fine del regno del nord (722), la presa di Gerusalemme e l’esilio babilonese (587-538), la riorganizzazione sociale e religiosa della comunità al ritorno dall’esilio sotto la dominazione persiana (538-333), la novità creatasi nel mondo mediorientale a seguito delle imprese vittoriose di Alessandro Magno (333-323). Di certo, intorno all’anno 200, i libri profetici (escluso Daniele) erano già redatti nella forma attuale.
L’opera dei discepoli e dei seguaci del profeta (persone anche distanti cronologicamente dal profeta e che non l’hanno conosciuto) comporta essenzialmente: a) il raggruppamento di parole profetiche in collezioni minori sulla base di un tema comune (ad esempio la siccità in Ger 14,1-15,4, la casa del re di Giuda in Ger 21,11-23,8, i profeti in Ger 23,9-40); b) l’aggiunta di brani biografici riguardanti il profeta (in Am 7,10-17 si parla ad esempio del profeta in terza persona); c) la rielaborazione di profezie (la profezia di Ger 37,3-10 narra la missione inviata da Sedecìa a Geremia durante l’assedio dei Babilonesi a Gerusalemme; Ger 21,1-7 rilegge lo stesso episodio mostrando di conoscere già la morte di Sedecìa: si tratta di una rilettura che può essere attribuita a un discepolo “deuteronomista”); d) la creazione di nuovi testi, come appendici che vengono aggiunte agli oracoli originari per attualizzarli (a Ez 34,1-16, che accusa i pastori del gregge, cioè i re d’Israele, viene aggiunto Ez 34,17-24, un oracolo probabilmente posteriore, che pone sotto accusa non più i re, ma la parte più forte del gregge, cioè l’aristocrazia, che ha oppresso e usato violenza contro i più deboli e poveri).
Anche dopo queste tappe, i libri profetici sono rimasti aperti a ulteriori ritocchi e inserzioni. Nei cc. 1-39 di Isaia, risalenti all’Isaia del sec. VIII, sono stati inseriti i cc. 24-27 risalenti all’epoca postesilica e vi sono stati aggiunti i cc. 40-55, opera dell’anonimo profeta esilico detto Secondo-Isaia, e i cc. 56-66, opera del cosiddetto Terzo-Isaia, di periodo postesilico. Anche i cc. 34-35 sono un’aggiunta posteriore che non può certo risalire al profeta del sec. VIII. Qualcosa di analogo è avvenuto nel libro di Zaccaria, dove al Proto-Zaccaria (Zc 1-8), datato alla fine del VI sec., sono stati aggiunti i cc. 9-14 (Secondo-Zaccaria), forse risalenti al IV o al III sec. Questo lavoro di trasmissione, che in parte equivale anche a una “nuova creazione” del testo profetico, si fonda sulla persuasione che le parole pronunciate un tempo dal profeta sono parole autorevoli ed efficaci, e dunque si possono e si debbono applicare a ogni nuova situazione storica del popolo di Dio.
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