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I contenuti
1Parole di Qoèlet, figlio di Davide, re a Gerusalemme.Con lo pseudonimo di Qoèlet (termine che deriva dall'ebraico qahal, "convocare l'assemblea") l'autore di questo scritto sapienziale riflette in modo disincantato e quasi provocatorio sul senso della vita e sui limiti della condizione umana. Il termine greco corrispondente, ekklesiastès, "colui che parla nell'assemblea", ha contribuito a denominare questo libro anche con il titolo di Ecclesiaste. La riflessione di Qoèlet si snoda all'insegna di un ritornello, la cui eco è percepibile quasi in ogni pagina del suo scritto: "Vanità delle vanità: tutto è vanità" (1,2). "Vanità" è un termine che va compreso nel suo significato originario di "nulla", "soffio", "vuoto". Nella sua esperienza, questo uomo saggio ha avvertito profondamente la precarietà e l'inconsistenza della condizione umana, che egli vede votata inesorabilmente alla morte e delusa da ciò in cui sperava pieno appagamento. Di fronte a questa visione pessimistica, acquista grande valore l'invito, posto al termine del libro, a cercare Dio ("temi Dio") e ad affidarsi totalmente al suo progetto ("osserva i suoi comandamenti"), perché solo così è possibile la piena realizzazione dell'uomo: "temi Dio e osserva i suoi comandamenti, perché qui sta tutto l'uomo" (12,13). Il libro di Qoèlet può essere suddiviso così: Titolo del libro (1,1) Prologo (1,2-11) L'uomo di fronte ai suoi limiti (l,12-6,12) La sapienza umana e il suo fallimento (7,1-12,8) Epilogo (12,9-14). Le caratteristiche L'espressione "tutto è vanità" (1,2) è come il tema e la conclusione dell'opera. Qoèlet ne discute quasi parlando con se stesso, ma intendendo aiutare dei giovani ad affrontare la vita (vedi ad es. 9,9-10; 11,9-12,1). Nella sua riflessione egli analizza l'esperienza che ha fatto di tutto quello che, per gli uomini del suo tempo, è un ideale o un'occupazione invidiabile: il successo, le ricchezze, la sapienza, i piaceri, la giovinezza. Il discorso è fatto senza un preciso ordine, ogni tanto torna sui suoi passi, corregge, modifica le proprie affermazioni. Il libro offre una risposta soprattutto all'uomo che vive in tempo di crisi: crisi di fede, di speranza, di religiosità tradizionale. L'origine Il libro di Qoèlet è da collocare in epoca posteriore all'esilio babilonese, probabilmente nel III sec. a.C. I suoi destinatari hanno la consapevolezza che nessuna realtà creata ha la capacità di riempire il cuore dell'uomo, e che i poveri e i tribolati non sono abbandonati da Dio. L'attribuzione di questo scritto a Salomone, figlio di Davide, re a Gerusalemme (1,1), è da considerare un artificio letterario, conosciuto con il nome di "pseudepigrafia", a cui si ricorre per conferire autorevolezza all'intera opera. Note Capitolo 1.
TITOLO DEL LIBRO (1,1)
PROLOGO (1,2-11)
1,2-11 Tutto è vanità, vuoto immenso 1,2 Vanità delle vanità: è una forma di superlativo, propria della lingua ebraica. Il termine ebraico corrispondente a “vanità” ( hebel) indica il soffio, il vuoto, il nulla; il superlativo si potrebbe tradurre: “assoluta vanità”, “perfetto nulla”. Il termine “vanità” ricorre una trentina di volte in questo libro.
L’UOMO DI FRONTE AI SUOI LIMITI (1, 12-6, 12)
1, 12-6, 12 Il contenuto di questa prima ampia sezione prende in esame tutto ciò che si fa sotto il cielo (cfr. Qo 1, 13). Nelle vesti del re Salomone, Qoèlet coglie i limiti di quanto la tradizione ha sempre considerato fonte della felicità dell’uomo. 1, 12-18 Il sapere, inutile fatica DIRITTI D'AUTORE RISERVATI SU TESTO E COMMENTO © 2008, Fondazione di Religione Santi Francesco d'Assisi e Caterina da Siena - Credits
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