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Libro di Qoelet
I contenuti
Con lo pseudonimo di Qoèlet (termine che deriva dall'ebraico
qahal, "convocare l'assemblea") l'autore di questo scritto sapienziale riflette in modo disincantato e quasi provocatorio sul senso della vita e sui limiti della condizione umana. Il termine greco corrispondente, ekklesiastès, "colui che parla nell'assemblea", ha contribuito a denominare questo libro anche con il titolo di Ecclesiaste. La riflessione di Qoèlet si snoda all'insegna di un ritornello, la cui eco è percepibile quasi in ogni pagina del suo scritto: "Vanità delle vanità: tutto è vanità" (1,2). "Vanità" è un termine che va compreso nel suo significato originario di "nulla", "soffio", "vuoto". Nella sua esperienza, questo uomo saggio ha avvertito profondamente la precarietà e l'inconsistenza della condizione umana, che egli vede votata inesorabilmente alla morte e delusa da ciò in cui sperava pieno appagamento. Di fronte a questa visione pessimistica, acquista grande valore l'invito, posto al termine del libro, a cercare Dio ("temi Dio") e ad affidarsi totalmente al suo progetto ("osserva i suoi comandamenti"), perché solo così è possibile la piena realizzazione dell'uomo: "temi Dio e osserva i suoi comandamenti, perché qui sta tutto l'uomo" (12,13). Il libro di Qoèlet può essere suddiviso così:
Titolo del libro (1,1)
Prologo (1,2-11)
L'uomo di fronte ai suoi limiti (1,12-6,12)
La sapienza umana e il suo fallimento (7,1-12,8)
Epilogo (12,9-14).

Le caratteristiche
L'espressione "tutto è vanità" (1,2) è come il tema e la conclusione dell'opera. Qoèlet ne discute quasi parlando con se stesso, ma intendendo aiutare dei giovani ad affrontare la vita (vedi ad es. 9,9-10; 11,9-12,1). Nella sua riflessione egli analizza l'esperienza che ha fatto di tutto quello che, per gli uomini del suo tempo, è un ideale o un'occupazione invidiabile: il successo, le ricchezze, la sapienza, i piaceri, la giovinezza. Il discorso è fatto senza un preciso ordine, ogni tanto torna sui suoi passi, corregge, modifica le proprie affermazioni. Il libro offre una risposta soprattutto all'uomo che vive in tempo di crisi: crisi di fede, di speranza, di religiosità tradizionale.

L'origine
Il libro di
Qoèlet è da collocare in epoca posteriore all'esilio babilonese, probabilmente nel III sec. a.C. I suoi destinatari hanno la consapevolezza che nessuna realtà creata ha la capacità di riempire il cuore dell'uomo, e che i poveri e i tribolati non sono abbandonati da Dio. L'attribuzione di questo scritto a Salomone, figlio di Davide, re a Gerusalemme (1,1), è da considerare un artificio letterario, conosciuto con il nome di "pseudepigrafia", a cui si ricorre per conferire autorevolezza all'intera opera.


Capitolo 1            


1Parole di Qoèlet, figlio di Davide, re a Gerusalemme.
2Vanità delle vanità, dice Qoèlet,
vanità delle vanità: tutto è vanità.
3Quale guadagno viene all'uomo
per tutta la fatica con cui si affanna sotto il sole?
4Una generazione se ne va e un'altra arriva,
ma la terra resta sempre la stessa.
5Il sole sorge, il sole tramonta
e si affretta a tornare là dove rinasce.
6Il vento va verso sud e piega verso nord.
Gira e va e sui suoi giri ritorna il vento.
7Tutti i fiumi scorrono verso il mare,
eppure il mare non è mai pieno:
al luogo dove i fiumi scorrono,
continuano a scorrere.
8Tutte le parole si esauriscono
e nessuno è in grado di esprimersi a fondo.
Non si sazia l'occhio di guardare
né l'orecchio è mai sazio di udire.
9Quel che è stato sarà
e quel che si è fatto si rifarà;
non c'è niente di nuovo sotto il sole.
10C'è forse qualcosa di cui si possa dire:
"Ecco, questa è una novità"?
Proprio questa è già avvenuta
nei secoli che ci hanno preceduto.
11Nessun ricordo resta degli antichi,
ma neppure di coloro che saranno
si conserverà memoria
presso quelli che verranno in seguito.
12Io, Qoèlet, fui re d'Israele a Gerusalemme. 13Mi sono proposto di ricercare ed esplorare con saggezza tutto ciò che si fa sotto il cielo. Questa è un'occupazione gravosa che Dio ha dato agli uomini, perché vi si affatichino. 14Ho visto tutte le opere che si fanno sotto il sole, ed ecco: tutto è vanità e un correre dietro al vento.
15Ciò che è storto non si può raddrizzare
e quel che manca non si può contare.

16Pensavo e dicevo fra me: "Ecco, io sono cresciuto e avanzato in sapienza più di quanti regnarono prima di me a Gerusalemme. La mia mente ha curato molto la sapienza e la scienza". 17Ho deciso allora di conoscere la sapienza e la scienza, come anche la stoltezza e la follia, e ho capito che anche questo è un correre dietro al vento. 18Infatti:
molta sapienza, molto affanno;
chi accresce il sapere aumenta il dolore.



TITOLO DEL LIBRO (1,1)
PROLOGO (1,2-11)
1,2-11 Tutto è vanità, vuoto immenso
1,2 Vanità delle vanità: è una forma di superlativo, propria della lingua ebraica. Il termine ebraico corrispondente a “vanità” (hebel) indica il soffio, il vuoto, il nulla; il superlativo si potrebbe tradurre: “assoluta vanità”, “perfetto nulla”. Il termine “vanità” ricorre una trentina di volte in questo libro.
L’UOMO DI FRONTE AI SUOI LIMITI (1,12-6,12)
1,12-6,12 Il contenuto di questa prima ampia sezione prende in esame tutto ciò che si fa sotto il cielo (1,13). Nelle vesti del re Salomone, Qoèlet coglie i limiti di quanto la tradizione ha sempre considerato fonte della felicità dell’uomo.
1,12-18 Il sapere, inutile fatica
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