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CEI1974

CEI 1974

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Daniele

Introduzione 1 Una caratteristica letteraria di questo libro è di essere scritto in tre lingue: l’ebraica, l’aramaica (2,4b -7,27) e la greca (3,25-90; cc. 13-14), ma non si è riusciti ancora a trovare una spiegazione soddisfacente dell’inclusione del brano aramaico.
Il profeta Ezechiele (14,14-20; 28,5) menziona, tra Noè e Giobbe, un personaggio, di nome Daniele, che sembra essere stato un saggio vissuto in epoche remote e appartenente alla tradizione fenicia. Il libro, nella parte narrativa (cc. 1-6), presenta un giudeo chiamato Daniele, deportato in Babilonia nel 597 a.C., ed educato alla corte babilonese e racconta i suoi successi grazie alla straordinaria capacità di interpretare i sogni del re, in virtù di un dono di Dio. Nella seconda parte (cc. 7-14), Daniele stesso racconta quattro visioni.
2 Le due parti hanno come tema centrale la trascendenza del vero Dio che, sulle rovine degli empi e dei persecutori, trionfa con l’avvento del suo regno.
Più tradizionalmente, si pensa che l’autore del libro sia un profeta Daniele vissuto nell’epoca babilonese, che avrebbe scritto una serie di profezie, alle quali in epoca recente furono fatte aggiunte interpretative di colorazione apocalittica con i particolari delle guerre tra i Seleucidi e i Lagidi. Un redattore ignoto avrebbe pubblicato il libro così aggiornato ad uso dei Giudei dell’epoca maccabeica (II sec. a.C.). la critica moderna preferisce pensare che il libro sia dovuto interamente a un autore vissuto verso il II secolo a.C., il quale lavorava su materiale antico - o per artificio letterario lo collocò nell’epoca babilonese - col proposito di sostenere spiritualmente gli eroi della eopoea maccabeica. Nelle due visioni, Daniele presenta la storia nel quadro della profezia, con precisazioni assolutamente insolite nell’antica letteratura profetica, ma consone allo stile apocalittico in voga negli ultimi secoli prima dell’èra cristiana. Ispirandosi agli eventi del passato, l’autore ne rileva il significato nello spirito dei profeti antichi e lo proietta nel futuro. Nell’avvicendarsi dei grandi imperi e nelle vessazioni da esso subite, il popolo d’Israele è restato indenne, manifestando la presenza di Dio che lo ha protetto. Così accadrà anche per il futuro, quando il Messia verrà a debellare definitivamente le potenze malefiche. L’Apocalisse di Giovanni prolungherà questa prospettiva fino alla fine dei tempi. Gesù si approprierà il misterioso titolo di “Figlio dell’uomo”, usato per la prima volta da Daniele per il Messia.
Le due appendici greche (cc. 13-14) contengono due pittoresche narrazioni sul trionfo dell’innocenza perseguitata e sulla ridicola vacuità dell’idolatria.

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